Oltre duemila persone in presenza e migliaia collegate online hanno animato l’assemblea nazionale “O Re o Libertà” al TPO di Bologna. Due giorni di confronto tra movimenti, sindacati, associazioni e partiti contro riarmo, guerra e repressione. Dalla due giorni bolognese nasce il percorso che porterà alla mobilitazione nazionale del 28 marzo a Roma.

La due giorni del 24 e 25 gennaio a Bologna non è stata soltanto un appuntamento partecipato, ma un vero passaggio di fase per quell’arcipelago politico e sociale che da mesi prova a costruire un fronte comune contro guerra, autoritarismo e repressione. L’Assemblea nazionale “O Re o Libertà”, ospitata al TPO, ha messo insieme numeri rilevanti – oltre duemila presenze fisiche e più di tremila collegate online – ma soprattutto ha prodotto un’agenda e un orizzonte condiviso: la mobilitazione nazionale del 28 marzo a Roma, in contemporanea con la manifestazione “Together” a Londra. L’assemblea bolognese nasce in un contesto politico segnato dall’accelerazione del riarmo europeo, dal rafforzamento delle politiche di sicurezza e da una crescente compressione degli spazi democratici. Non è un caso che il percorso che conduce a Bologna si chiami No Kings – Contro i Re e le loro Guerre: un nome che esplicita il rifiuto di un ordine politico verticale, militarizzato, fondato sull’emergenza permanente, che fa da eco alle proteste americane contro le politiche del Presidente Donald Trump.
Un’assemblea, non un evento simbolico
Uno degli elementi più significativi della due giorni è stato il suo carattere dichiaratamente costituente. Centosessanta interventi in due giorni non sono soltanto un dato quantitativo: indicano la volontà di attraversare le differenze, di non ridurre la convergenza a una somma di sigle o a una piattaforma precostituita. Dai movimenti contro il decreto sicurezza ai sindacati di base, dalle ONG alle associazioni cattoliche, fino a partiti e spazi sociali sotto attacco, l’assemblea ha messo in scena una pluralità che raramente trova spazio nei luoghi della rappresentanza istituzionale.Il comunicato degli organizzatori parla apertamente di “successo record di partecipazione dal basso” e di un bisogno diffuso di autorganizzazione. Un’affermazione che trova riscontro nella qualità del dibattito: non solo denuncia dell’economia di guerra e dello Stato di polizia, ma anche riflessione sulle pratiche, sulle forme di lotta, sulla necessità di costruire un immaginario alternativo capace di parlare a settori sociali oggi lontani dalla militanza tradizionale.
Guerra, repressione, democrazia
Il filo rosso che attraversa gli interventi è la connessione tra guerra esterna e autoritarismo interno. Il piano di riarmo europeo, le spese militari crescenti, i conflitti alle porte dell’Europa vengono letti come elementi di un unico paradigma che produce, al tempo stesso, precarietà sociale e repressione politica. In questo senso, le critiche ai pacchetti sicurezza e ai disegni di legge diventano centrali: la guerra non è solo un fatto geopolitico, è una forma di governo. È qui che l’assemblea bolognese sembra segnare uno scarto rispetto a molte mobilitazioni degli ultimi anni. Non una protesta settoriale, ma il tentativo di nominare un nemico comune e sistemico. “O Re o Libertà” non è uno slogan evocativo: è una dicotomia politica che chiama a una scelta, che rifiuta le mediazioni al ribasso e le compatibilità imposte.

Verso il 28 marzo: Roma e oltre
L’annuncio della manifestazione nazionale del 28 marzo a Roma, in contemporanea con Londra, rappresenta il primo sbocco concreto di questo percorso. La dimensione internazionale non è un ornamento retorico, ma una necessità politica: gli organizzatori parlano esplicitamente di un calendario europeo, che toccherà Napoli, Torino, Berlino, Zagabria, Bruxelles, fino all’orizzonte di uno sciopero generale europeo. Significativo anche l’appello rivolto ad artisti e al mondo della cultura, con l’idea di un concerto finale nella Capitale. Un tentativo di allargare il perimetro della mobilitazione, di rompere la separazione tra politica e produzione culturale, e di costruire una giornata che sia insieme protesta e momento di socialità conflittuale.
Bologna, ancora una volta, si conferma laboratorio politico. Non solo per la sua tradizione di movimenti, ma per la capacità di offrire spazi e infrastrutture a processi complessi e non immediatamente spendibili sul piano mediatico. La sfida, ora, è tutta aperta: trasformare una convergenza riuscita in un percorso duraturo, evitare che la pluralità si disperda, tenere insieme radicalità e capacità di parlare fuori dalla propria bolla. La due giorni del TPO non risolve queste contraddizioni, ma le assume. E forse è proprio questo il suo valore politico principale: non promettere scorciatoie, ma aprire uno spazio nuovo, come scrivono gli organizzatori, “che per nascere rompe con il mondo vecchio”. Da Bologna parte una scommessa ambiziosa. Il 28 marzo dirà molto sulla sua possibilità di diventare forza materiale.


