I cinque fori di proiettile rinvenuti sulla sede della CGIL di Primavalle non sono solo un fatto di cronaca nera: sono un segnale politico, un atto intimidatorio che si inserisce in un clima di tensione e odio sempre più palpabile nel Paese. Colpire un sindacato significa colpire un presidio di diritti, partecipazione e rappresentanza; significa tentare di zittire una voce collettiva con il linguaggio brutale della violenza. Questo gesto arriva in un contesto in cui politiche securitarie e repressive vengono spesso presentate come risposte semplici a problemi complessi. Ma la sicurezza senza diritti, la repressione senza giustizia sociale, producono solo radicalizzazione. Quando il conflitto viene ridotto a ordine pubblico, si crea terreno fertile per l’odio, e chi cerca scorciatoie ideologiche trova spazio e legittimazione.
La rimozione della storia e la normalizzazione dell’estremismo

Non è un caso che, quasi in parallelo, si siano viste manifestazioni neofasciste ad Acca Larentia, con il saluto romano in onore dei “caduti”. Non si tratta di folklore marginale: è la traccia visibile di un tentativo di riscrivere la storia, di sottovalutare gli estremismi politici e violenti, di trasformare l’eccezione in consuetudine. È la mistificazione della realtà attraverso narrazioni intrise di negazionismo, suprematismo e una scarsa considerazione dei processi democratici e partecipativi. Quando si tollera l’apologia, quando si minimizzano simboli e gesti che la Costituzione ripudia, si manda un messaggio pericoloso: che tutto è opinabile, che la memoria è negoziabile, che la violenza può tornare a essere un’opzione. I colpi sparati a Primavalle e le parate nostalgiche non sono mondi separati: sono facce della stessa deriva.
Denunciare, reagire, difendere lo spazio democratico
La CGIL non si lascia intimidire. È una presa di posizione che va sostenuta con forza, perché riguarda l’intero spazio civico. La fiducia nella giustizia deve tradursi in indagini rapide e rigorose, e in processi equi per individuare e punire i responsabili. Ma non basta l’azione giudiziaria: serve una condanna politica e culturale netta, che isoli ogni forma di violenza e ne smonti le narrazioni tossiche. Difendere la democrazia oggi significa riconoscere i segnali, non archiviarli come episodi isolati. Significa riaffermare che diritti, memoria e partecipazione non sono concessioni, ma pilastri. A Primavalle quei cinque fori ci ricordano che il silenzio non è un’opzione. La risposta deve essere collettiva, vigile e determinata: più democrazia, non meno.



