Al Teatro Off/Off, nel cuore di Roma, ieri si respirava un’energia particolare. Non era solo l’avvio di un nuovo progetto editoriale, né la classica iniziativa sindacale fatta di interventi e saluti istituzionali. Costruire, il progetto lanciato dalla Fillea CGIL Roma e Lazio, è nato come qualcosa di diverso: un tentativo di raccontare il lavoro e le città mentre cambiano, e di farlo ascoltando davvero chi quella trasformazione la vive sulla propria pelle.
La sala si è riempita presto. C’erano lavoratori e amministratori locali, giornalisti e studenti, ricercatori e attivisti. Tutti seduti sotto lo stesso tetto, uniti da una volontà comune: mettere al centro le persone, i loro bisogni reali, le loro storie.
Quando Diego Piccoli, segretario generale della Fillea Roma e Lazio, ha aperto i lavori, l’atmosfera si è fatta subito densa. Ha parlato di lavoro e diritti con una chiarezza che ha risuonato nella sala: «Abbiamo bisogno di politiche che tengano insieme sviluppo, diritti e qualità del costruito».
Parole che non suonavano come uno slogan, ma come un impegno. Anche perché questa iniziativa non si ferma alla giornata del 3 dicembre: sarà il filo rosso che accompagnerà la mobilitazione verso lo sciopero generale del 12 dicembre e oltre, quando salari, sicurezza e legalità torneranno al centro della scena politica.

La prima grande conversazione ha messo attorno allo stesso tavolo i protagonisti della governance del territorio e il sindacato: Diego Piccoli, segretario generale Fillea CGIL Roma e Lazio; Natale Di Cola, segretario generale CGIL Roma e Lazio; l’assessore alla Mobilità Giovanni Zannola; il vice commissario al Giubileo Marco Vincenzi; e la presidente della Commissione parlamentare sulla sicurezza, Chiara Gribaudo. A moderare, il direttore di Collettiva, Stefano Milani.
Non si è parlato per slogan. Si è parlato di come si vive davvero nelle città: del bisogno di case accessibili, di quartieri che non siano solo scenografie, di lavoro dignitoso che non sia un’aspirazione ma una condizione normale.
Ed è stato evidente che Roma e il Lazio stanno vivendo un momento di passaggio: grandi opere, investimenti, transizioni ecologiche e digitali, nuove vulnerabilità.

Il secondo dialogo ha portato sul palco imprenditori, rappresentanti delle associazioni di categoria e il segretario nazionale della Fillea, Antonio Di Franco. Se il primo panel guardava alle città, questo guardava ai cantieri: ai costi che aumentano, alla manodopera che manca, alla sicurezza che ancora troppo spesso viene trattata come un lusso.
Eppure si è parlato anche di possibilità: della contrattazione come strumento di equilibrio in un settore che corre veloce; della necessità non solo di costruire strutture, ma di costruire lavoro stabile, qualificato, riconosciuto.

Il pomeriggio si è aperto con una riflessione che ha attraversato confini urbanistici, politici e culturali. Parlare di “case degli altri” è stato un modo per dire che la città è di chi la abita oggi e di chi la abiterà domani.
Sul palco sono saliti Daniela Patti, presidente di Nuove Ri-generazioni ed Eutropian; Serena Olcuire, ricercatrice e urbanista; e Fabrizio Scorzoni, membro di Legacoop Lazio. A moderare, Marica Di Pierri di A Sud. Si è discusso di come costruire città più inclusive, resilienti e giuste: case accessibili, rigenerazione urbana reale, partecipazione dei cittadini, tutela degli spazi pubblici. Al centro, il principio che la qualità dell’ambiente costruito è parte integrante dei diritti sociali.

Nel panel “Le case degli altri: costruire prospettive”, spazio anche a un confronto con Maurizio Veloccia, assessore all’Urbanistica di Roma, intervistato da Patrizia Pallara di Collettiva. Al centro del dialogo, una delle sfide più rilevanti per la città: trasformare Roma mettendo al centro le persone, la qualità dell’abitare e il lavoro.
Veloccia ha descritto una capitale impegnata a ricucire le fratture dei quartieri, a restituire funzione agli spazi abbandonati e a usare la rigenerazione urbana come strumento concreto di politica pubblica. Inclusione, accessibilità e diritto alla casa sono stati richiamati come elementi strutturali delle scelte urbanistiche dell’amministrazione, in un contesto in cui la pressione abitativa e le disuguaglianze crescenti rendono urgente una strategia di lungo periodo.
Dal punto di vista della Fillea CGIL Roma e Lazio, la rigenerazione può dirsi reale solo se genera buona occupazione, legalità e sicurezza nei cantieri, oltre a garantire qualità del costruito. È stato ribadito come ogni intervento urbano debba produrre valore sociale e non trasformarsi in un’occasione di speculazione. In questo quadro, investire sulle competenze, sulle filiere produttive sane e sulla partecipazione delle comunità è stato indicato come elemento essenziale per un cambio di passo duraturo.
Il confronto con l’assessore ha evidenziato una convergenza sulla direzione da intraprendere, pur nella consapevolezza che serviranno continuità, risorse adeguate e un’alleanza stabile tra istituzioni, lavoratori e cittadini per rendere possibile una trasformazione urbana all’altezza delle sfide della capitale.

La proiezione del documentario “Ultima intervista ad Arafat” ha spostato il baricentro della giornata. Dal cantiere, dal quartiere, dalla città, lo sguardo è passato alla geopolitica e alla sofferenza di un popolo che da decenni vive nell’incertezza e nella violenza.
Il panel finale, con Paola Caridi, Erasmo Palazzotto, Arturo Scotto e Paolo Mondani, moderato da Luigi Politano, ha ricordato che “costruire” non è solo un atto materiale: è un’azione politica, sociale, umana. È costruire ponti, relazioni, pace. È difendere i diritti qui e ovunque sia necessario.

Verso il 12 dicembre: una mobilitazione che parla al Paese
Quando i lavori si sono conclusi, nel tardo pomeriggio, la sensazione era che qualcosa si fosse messo in moto. Costruire non è nato per essere un contenitore, ma un percorso. E questo percorso ora prosegue verso lo sciopero generale del 12 dicembre.
Quello che la Fillea CGIL Roma e Lazio ha messo in scena non è stato solo un programma fitto di interventi: è stato un racconto collettivo. Un modo per dire che il lavoro non è un capitolo tecnico nei documenti pubblici, ma il perno intorno a cui ruotano le vite di milioni di persone.
Forse, davvero, la città e il territorio possono essere costruiti — o ricostruiti — partendo da qui.



