Sempre di più frammentazione dei cicli produttivi, destrutturazione del lavoro e delocalizzazione hanno caratterizzato il modello di impresa nel nostro Paese: il ricorso sistematico ad appalti, subappalti, distacchi, lavoro in somministrazione, lavoro autonomo è stata la forma di questo “svuotamento” delle aziende.
Ciò non è avvenuto per caso: quando all’inizio degli anni 2000 l’Italia, per reggere la competizione internazionale, non poteva più svalutare la lira (eravamo entrati nell’Euro) per poter offrire beni e servizi a prezzi (relativi) minori eravamo di fronte ad un bivio. O investire di più in ricerca, innovazione, qualificazione delle imprese e loro crescita dimensionale (quello che ci indicava per capirci il “Libro Bianco” di Delors, Presidente della Commissione Europea per una nuova “società della conoscenza”) oppure svalutare i fattori di produzione, ovvero sia pagare di meno il lavoro.
Scegliemmo la seconda, scegliemmo il “Libro Bianco” di Maroni (Ministro del Lavoro del Governo Berlusconi) ed in pochi anni furono prodotte leggi che liberalizzarono le clausole per i contratti a termine (D. Lgs. 368/01), superarono il concetto di orario giornaliero (D.Lgs. 66/01) e furono resi più facili e convenienti appalti e cessioni di ramo d’azienda (D. Lgs. 276/03).
La stessa moltiplicazione dei CCNL e la dilatazione dei perimetri dei vari contratti collettivi nazionali di lavoro fu la conseguenza del tentativo di governare questa nuova fase.

Anni dopo gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: minore qualità di impresa, più sfruttamento, meno sicurezza sui posti di lavoro, frantumazione della rappresentanza e del potere sindacale e dei lavoratori. Con un’ideologia della frantumazione e dell’esternalizzazione che, dal settore privato, ha contagiato ed “egemonizzato” la stessa pubblica amministrazione, con parti di welfare sempre più date in appalto.
E’ partendo da questa constatazione che la Cgil avvia a partire dal 2015 una lenta ma costante opera di “riconquista” di diritti, tutele, capacità di azione.
E lo fa definendo una strategia basata su due elementi.
Il primo: iniziare a riconquistare diritti e centralità dei contratti collettivi nel sistema degli appalti pubblici per poi esportarli negli appalti privati (lì dove la giungla è più fitta, con imprese serbatoio, cooperative spurie, con il ricatto sul lavoro migrante anche per via della Bossi Fini e del legame tra lavoro e permesso di soggiorno, ecc.).
Il secondo: associare il lavoro che si fa al giusto trattamento economico e normativo per ridurre disparità e concorrenza sleale. Con uno slogan “stesso lavoro, stessi diritti, stesso contratto”.
Su questa spinta si introduce il vincolo ad applicare il CCNL corretto nel vecchio codice appalti pubblici (articolo 30 comma 4 del D. Lgs. 50/2016), poi la parità di trattamento economico e normativo tra lavoratori in appalto e lavoratori in subappalto (Decreto PNRR, Governo Draghi; poi traslato nel nuovo codice appalti il D. lgs. 36/23), il rafforzamento delle clausole sociali (art. 57 codice) e l’introduzione del Mocoa per gli appalti di servizi e soprattutto della Congruità in edilizia (Decreto Ministero del Lavoro 143/2021) che, per la prima volta, tiene insieme appalti pubblici e appalti privati (per i lavori sopra i 70 mila euro). E poi ricordo il vincolo per poter beneficiare dei vari bonus (compreso il super bonus) dell’obbligo di applicare i CCNL dell’edilizia.
Accanto a questa operazione si sviluppano le potezialità di aver introdotto con la legge 199/2016 il reato di sfruttamento lavoratorivo (nuovo articolo 603 bis del Codice Penale) che diviene anche uno dei “reati presupposto” della legge sulla responsabilità amministrativa delle imprese (D. Lgs. 231/01), dilatando in positivo il concetto e gli effetti della c.d. “responsabilità in solido”.
Fino all’importante vittoria, dopo gli scioperi generali della primavera del 2024 di Cgil e Uil (erano i mesi dei drammatici fatti di Brandizzo, Esselunga, dei morti alla centrale Enel in Emilia Romagna e dei 5 edili soffocati a Palermo), con l’introduzione di un nuovo comma 1 bis all’articolo 29 proprio di quel D. Lgs. 276/03 che regola gli appalti privati (legge 56/24).
Nello specifico diviene regola generale che ai lavoratori in appalto, subappalto, fornitura, distacco va riconosciuto il trattamento economico e normativo stabilito dai CCNL sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, strettamente attinente all’attività oggetto dell’appalto. E’ cioè il lavoro che fai che fa le tutele, non il settore merceologico dell’impresa, non la sua natura giuridica.
Ora, fatta questa lunga premessa, cosa è in concreto la campagna lanciata dalla Cgil “i diritti non si appaltano” ?

E’ (o dovrebbe essere) la più grande e generalizzata campagna di verifica sulla genuinità o meno degli appalti privati nella singola azienda, sito o filiera. Se non è un appalto genuino (cioè se non vi è rischio di impresa, se non vi è separazione in chi da gli ordini rispetto al committente, ecc.) occorre aprire vertenze per attuare la resposabilità in solido, cioè quei lavoratori vanno organizzati per rivendicare l’assunzione presso il committente. Se l’appalto è genuino e legittimo, va verificato se stanno ora applicando correttamente il nuovo comma 1 bis dell’articolo 29: se lavori in un magazzino non puoi più avere il CCNL multiservizi ma devi avere quello della logistica. Se monti un mobile devi avere il CCNL del Legno non altro, ecc. Se guidi un escavatore non puoi non avere un CCNL edile. E se questo non avviene, quei lavoratori devono sapere che possono chiedere (anche entro 2 anni dalla cessazione dell’appalto) i differenziali di salario e contributi al committente. E se anche l’appalto è genuino, il CCNL correttamente applicato in virtù del nuovo articolo 1 bis, quei lavoratori vanno organizzati per estendere loro tutele aggiuntive attraverso quella che chiamiamo “contrattazione inclusiva”. Banalmente un coordinamento tra RLS del committente e RLS delle imprese in appalto, un Rappresentante di Sito, l’accesso ai servizi comuni, dalle mense agli spogliatoi ai parcheggi, ecc. Su questo rinvio ad un “Manuale per la contrattazione” recentemente scritto ed edito da Futura Editrice. Insomma la campagna “I diritti non si appaltano” è un pezzo della più generale strategia del sindacato per dare rappresentanza agli oltre 4 milioni di lavoratori impiegati negli appalti privati; è parte di quella “contrattazione di anticipo” che, ormai radicata negli appalti pubblici (pensiamo ai positivi accordi fatti a Roma, dai lavori per il Giubileo al Budge di cantiere al recente protocollo sugli appalti di servizi), va portata nelle grandi aziende private; è uno dei terreni veri di possibile sindacalizzazione di tante e tanti lavoratori e lavoratrici che magari passano le giornate accanto a noi.
Una scelta strategica non solo basata sulla solidarietà che vi deve essere tra lavoratori, ma anche sulla convenienza dei lavoratori dipendenti dell’impresa madre. Perché se i lavoratori in appalto avranno più diritti, costeranno di più, saranno più sindacalizzati, anche la capacità di ricatto, di spingere in basso le condizioni dei lavoratori “interni” sarà più difficile e noi, tutti insieme, saremo più forti.


