Di: L’operaio irrequieto
In Italia il verbo dominante resta uno: reprimere. Lo declini come vuoi: sicurezza, legalità, decoro. All’occorrenza puoi farlo passare addirittura per “libertà di poterla pensare in maniera diversa”, che in genere si chiamerebbe “mistificazione”, ma ormai il vocabolario va usato con un tutorial che sta preparando Salvini, per cui: che ce lo diciamo a fare? Il senso delle parole nuove da cercare s’è fermato qualche anno fa alla bellezza fanciulla di “petaloso”, ve lo ricordate? Era il 2016, quel bambino oggi sarà un pericoloso comunista. Oggi invece la parola nuova è remigrazione, vessillo portato a zonzo come una Madonna pellegrina in processione per l’Italia e l’Europa, da un noto intellettuale che probabilmente ha scritto più libri di quanti ne abbia letti, che di mestiere fa il generale in pensione ed Europarlamentare. E tra un elogio alla decima mas e un insulto agli studenti, ci sono questioni fondamentali e urgenti come mandare per strada una comunità intera come quella romana di Spintime.

E proprio in virtù del nuovo lessico ritrovato da Frecchia, Barbagli, Freghieri, Pini e Santodio, la premier Giorgia Meloni continua a spiegare che “la sicurezza è la precondizione di ogni libertà”. Traduzione simultanea: prima manganelli e decreti, poi – forse – i diritti. Intanto i problemi strutturali restano dove sono. Gli affitti volano, i salari arrancano, e quartieri come il Quarticciolo a Roma o il Parco Verde di Caivano vengono trattati come scene del crimine permanenti. Più pattuglie, meno case dignitose. Più telecamere, meno scuole. Un modello innovativo: la povertà si combatte sorvegliandola. Prima o poi ci faranno una puntata di CSI.
Sull’immaginario internazionale invece, soprattutto in medio Oriente, c’è consapevolezza, lungimiranza ma soprattutto grande influenza politica che ha un solo nome: Antonio Tajani. Solo contro tutti per difendere, costi quel che costi, gli interessi della pace, ma solo dopo quelli economici e politici… “Israele ha diritto a difendersi”! E ci mancherebbe altro che non fosse così. Peccato che il mantra ripetuto come una compilation autoreverse anni 80 non consideri, in alcun modo, che la fantomatica difesa produce migliaia di morti civili da oltre mezzo secolo e più. Di Gaza, però, si parla poco e male. La tregua non esiste. I bambini che muoiono di freddo diventano un dettaglio meteorologico, un fastidio narrativo. La parola “genocidio” non si pronuncia: disturba gli equilibri diplomatici, molto più dei corpi sotto le macerie. E, dulcis in fundo, sul calar del tramonto di questo anno funesto, la magistratura indaga 25 persone, e ne arresta 7, con l’accusa di finanziare associazioni palestinesi che, secondo Israele, sono vicine e contigue ad Hamas. Bene, benissimo far luce sui crimini, che si indaghi fino in fondo… ma per la stampa italiana e per la maggioranza parlamentare l’indagine diventa la condanna definitiva ad un intero movimento. Oltre 100 milioni di persone sparse tra le piazze d’Europa e altrettante nel resto del mondo: tutti terroristi. Praticamente il terrorismo di Hamas riempie stadi di mezzo mondo manco fossero i Rolling Stones.

E mentre Roma predica equilibrio, da Tel Aviv arrivano dichiarazioni molto meno ambigue. Ministri del governo di Benjamin Netanyahu parlano apertamente della necessità di “radere al suolo Gaza”, di “trasferire” – le parole sono importanti, chapeau! – la popolazione palestinese, di incarcerare chi resta. Altro che sicurezza: qui siamo alla cancellazione di un popolo, detta con una franchezza che almeno ha il pregio della sincerità. Il mondo ascolta, annuisce, poi cambia canale.
Intanto l’Occidente non resta a guardare: rilancia. Negli Stati Uniti, il presidente Donald Trump riesce nell’impresa di unire urbanistica coloniale e cinismo immobiliare, immaginando per Gaza una “riviera mediterranea” per ricchi investitori, una volta tolti di mezzo i palestinesi. Un progetto visionario: prima distruggi tutto, poi costruisci resort. In parallelo, la sua amministrazione intensifica arresti e deportazioni di migranti ispanici e stranieri che da anni lavorano e vivono negli USA. Gente integrata, utile all’economia, improvvisamente trasformata in criminali da espellere. Ha ragione Donald Trump, però: mica è gente che stava alle feste con lui e con Epstein, del resto. La sicurezza prima di tutto. Non si discute.

In Europa, Italia compresa, il copione è simile. Chi protesta pacificamente contro la crisi climatica viene criminalizzato. I ministri parlano di “eco-vandali”, di “nemici dell’ordine pubblico”, mentre il cambiamento climatico viene trattato come un’opinione. La politica estera nega l’emergenza ambientale, ma non nega i manganelli contro chi prova a ricordarla. Un capolavoro di coerenza: il pianeta brucia, ma il problema sono quelli che urlano “al fuoco”.
E poi ci sono i migranti, quelli veri, non quelli da campagna elettorale. Uomini, donne e bambini che attraversano il Mediterraneo e spesso muoiono senza neppure diventare notizia. Il Mediterraneo continua a essere una fossa comune liquida, mentre l’Europa discute di blocchi navali e respingimenti “umanitari”. Anche qui, la sicurezza prima di tutto: delle frontiere, non delle persone. Così il 2026 non nasce sotto il segno della pace, ma sotto quello dell’ordine imposto. Più armi, meno welfare. Più repressione, meno diritti. Più retorica, meno umanità. E se qualcuno osa far notare che forse non sta funzionando, viene accusato di essere ingenuo, radicale, pericoloso. Del resto, ce lo spiegano ogni giorno: è il mondo che va così. E loro, poverini, i sovranisti del nuovo millennio, quelli del “per il bene delle Nazione, ce lo chiede la Patria”, non fanno altro che amministrare l’inevitabile. Peccato che l’inevitabile, molto spesso, sia solo il risultato di scelte precise. Sempre le stesse. Sempre contro gli stessi. Come l’anno che verrà, difficile che sia meglio, più facile che sia lo stesso, se non peggio.


