L’intervista: Mariateresa Fragomeni

Senza diritti, sicurezza e impegno civile, aumenta lo spazio di azione delle mafie

Redazione

Sindaca Mariateresa Fragomeni, il suo nome compare nel calendario della Direzione Investigativa Antimafia come simbolo di amministrazione impegnata contro le mafie. Che valore attribuisce a questo riconoscimento, sia sul piano personale che su quello istituzionale?

«E’ stata una grande soddisfazione. Il fatto che la DIA abbia rivolto questa attenzione al nostro ruolo rappresenta un riconoscimento importante che ci onora ma che, allo stesso tempo, ci carica di una responsabilità ulteriore. Speriamo di essere sempre all’altezza. Al di là della soddisfazione personale, però, quanto ottenuto è da considerare come un riconoscimento alla Città di Siderno che, alle elezioni del 2021 (le prime dopo tre anni abbondanti di commissariamento), ha scelto chiaramente da che parte stare e di non tornare più indietro».

Essere sindaca di Siderno significa amministrare un territorio complesso, segnato da storiche presenze criminali. Quali sono stati, concretamente, i principali atti e le scelte politiche del suo mandato che ritiene più significativi nel contrasto alle mafie?

«Diciamo che tutta la nostra attività amministrativa è incentrata sul rispetto delle regole e dei principi di imparzialità e buon andamento della Pubblica Amministrazione, sull’interlocuzione costante con gli enti sovraordinati – in primis la Prefettura – e sul dialogo con i cittadini che oggi comprendono perfettamente come il Comune non sia più da considerare come un bancomat o come una scorciatoia per ottenere vantaggi individuali. Riteniamo che questo rappresenti già un buon punto di partenza. Poi, dovendo citare qualche esempio in particolare, la recente assegnazione di tre beni immobili confiscati alla ‘ndrangheta ad altrettante associazioni attive nel sociale rappresenta l’approdo di un lungo e tortuoso iter e segna una profonda discontinuità col passato».

Oggi il Governo del Paese, a suo parere, mette in campo delle risorse sufficienti per contrastare il crimine organizzato e favorire la legalità?

«Dal Governo nazionale noi amministratori vorremmo arrivassero meno slogan ad alto impatto mediatico e più risorse per le forze dell’ordine che spesso hanno difficoltà a mettere il carburante nelle auto di servizio. Poi, allargando l’orizzonte, servono veri investimenti nella prevenzione dei fenomeni criminali, favorendo meccanismi di inclusione, anche coinvolgendo il tessuto associativo delle realtà locali, e non limitarsi ad assecondare la tendenza a escludere e ghettizzare chi vive situazioni di disagio perché è in quegli ambiti che proliferano i fenomeni di microcriminalità e le mafie pescano per reclutare la loro manovalanza».

Le politiche securitarie di questi anni, sono state l’unica cura ad una serie di problemi sociali che forse necessiterebbero di altro. Politiche dell’abitare, sicurezza, restituzione e tutela di spazi sociali alle comunità… sembra che tutto si voglia affrontare solo con il controllo del territorio in funzione di ordine pubblico. Lei cosa ne pensa?

«E’ esattamente quello che dicevo prima. Sembra che il Governo Meloni, al di là degli slogan, dei reel e delle foto di quello che definiscono il “Modello Caivano” non abbia le idee molto chiare. Si investono risorse ingentissime per i centri di permanenza per rimpatri dei migranti in Albania e si lasciano gli spiccioli per il sostegno alle politiche di sostegno al pagamento dei canoni di locazione, alle politiche sociali in genere; soprattutto, siamo ormai prossimi all’azzeramento dei trasferimenti erariali. Tutto ciò svilisce il ruolo degli amministratori comunali, che in molti casi non riescono ad andare oltre al ruolo di esattori di tributi anche per conto del Governo centrale e fanno i salti mortali per assicurare i servizi essenziali ai cittadini che si rivolgono sempre al Comune per manifestare le loro legittime necessità. In questo senso, ritengo che il ruolo degli amministratori locali vada tenuto in maggiore considerazione».

Dal suo punto di vista, quali sono oggi gli strumenti più efficaci normativi, amministrativi e culturali – che lo Stato e gli enti locali dovrebbero rafforzare per rendere la lotta alle mafie realmente strutturale e non emergenziale?

«Per quanto riguarda gli strumenti normativi, vale da sempre il principio che leggi chiare, semplici e che non diano spazio a interpretazioni capziose siano sempre da preferire. Purtroppo, leggo nell’orientamento del Governo Meloni una volontà di erodere spazi di indipendenza della Magistratura, come risulta evidente dalla cosiddetta riforma della Giustizia, compresa la Corte dei Conti, mortificando il ruolo degli amministratori e dei cittadini più rispettosi della legge. Dal punto di vista culturale, poi, serve andare contro questa tendenza a premiare i più scaltri, chi si comporta in maniera machiavellica a scapito di chi rispetta il prossimo e i valori di convivenza civile. Credo che una cultura della sopraffazione che premia il privilegio per i pochi sia il brodo di coltura di ogni fenomeno criminale – mafie comprese – e quindi da debellare con decisione».

Sul piano del lavoro, costruire.net si occupa spesso di sicurezza e diritti. Quanto è forte, secondo lei, il legame tra antimafia e lavoro sicuro, in particolare nella lotta al caporalato e allo sfruttamento nei settori più fragili dell’economia?

«Quanto dicevo in precedenza è strettamente connesso a quanto accade nel mondo del lavoro, parlando di orientamento normativo e strumenti culturali. Purtroppo, una legislazione che facilita il ricorso ai subappalti, stando a quanto prevede il Codice dei Contratti Pubblici licenziato dal Governo Meloni, non va in questa direzione. Trovo intollerabili le morti sul lavoro e mi addolora il computo delle cosiddette “morti bianche” che ormai viene considerato alla stregua di una triste routine. Non si può assecondare la logica del profitto a ogni costo, anche rispetto alla tutela delle vite umane. Soprattutto nei confronti delle mafie, che l’arricchimento facile e spregiudicato lo perseguono ogni giorno, e con ogni mezzo. E non si curano minimamente della sicurezza sul lavoro e delle condizioni contrattuali delle maestranze».

La sicurezza nei luoghi di lavoro può essere considerata una forma concreta di legalità quotidiana. In che modo le politiche per la prevenzione degli infortuni e per la tutela dei lavoratori possono diventare anche politiche antimafia?

«Indirizzando più risorse (umane e materiali) a Ispettorato del Lavoro e Spisal, per esempio. E colpendo duramente i datori di lavoro che considerano la sicurezza come un costo da contenere e non come una precondizione fondamentale per migliorare l’efficienza e l’efficacia di tutto il ciclo produttivo. Il fatto che nella maggior parte dei casi di mancato rispetto delle norme sulla sicurezza gli imprenditori responsabili risultino, dopo le opportune indagini, contigui o intranei alle mafie fornisce la risposta alla sua domanda».

Nel Mezzogiorno il lavoro irregolare e insicuro è spesso terreno fertile per le organizzazioni criminali. Quali responsabilità e quali opportunità vede per le amministrazioni locali nel rompere questo legame perverso?

«Come ci insegna il sacrificio umano di Pio La Torre, il metodo più efficace per combattere le mafie è colpirne i patrimoni illegalmente accumulati. In questo senso, una attenta selezione delle imprese aggiudicatarie di appalti e concessioni, tesa a escludere quelle in qualche modo riconducibili alle mafie è al centro della nostra azione amministrativa, specie nei (rari) casi di ricorso ai subappalti. Solo così si possono conciliare la lotta al lavoro irregolare, il mancato foraggiamento dell’economia criminale e la realizzazione delle opere attese dalla comunità».

Il Sud come possibile laboratorio di innovazione sociale e politica. In che modo il Meridione può trasformare la propria fragilità storica in una nuova stagione di impegno civile, capace di coinvolgere istituzioni, sindacati, imprese sane e cittadinanza attiva?

«La battaglia contro l’Autonomia Differenziata a vantaggio delle regione più ricche del Nord ha fatto maturare in parecchi strati della classe dirigente e della popolazione meridionale, la consapevolezza della forza del Mezzogiorno, anche perché sposata da forze politiche come il Partito Democratico da sempre in prima linea nella salvaguardia dei valori costituzionali e dell’unità della nazione. Consideriamola come un punto di ripartenza. Il terreno su cui ci siamo spesi in questi anni, teso a garantire al Sud una considerevole quota degli investimenti previsti dal PNRR può essere esteso alla tutela dell’utilizzo migliore del Fondo di Sviluppo e Coesione e degli altri fondi europei. Personalmente ci credo, tanto da aver chiesto, nella veste di vicepresidente di Anci Calabria, al presidente dell’Anci Nazionale Gaetano Manfredi il sostegno di tutta l’associazione nella battaglia che ho iniziato pochi giorni fa, quando ho inviato al Ministro per gli Affari Europei Tommaso Foti, la proposta di rimodulare i fondi PNRR inutilizzati a favore dei Comuni che, come il mio, hanno dimostrato la migliore capacità progettuale e operativa, al fine di realizzare ulteriori opere utili alla comunità. Se il Governo lascia gli enti locali (specie quelli del Mezzogiorno) più poveri e più soli, è indispensabile fare leva sulla capacità negoziale dell’Anci per rivendicare il ruolo dei Comuni del Sud nella tutela degli interessi del proprio territorio. Ovviamente, quanto detto sul coinvolgimento dell’Anci vale a maggiore ragione per la considerazione della forza trainante del Sud nell’agenda dei partiti politici e in quella di chi si propone come alternativa alla guida di un Governo come quello guidato da Giorgia Meloni, a chiarissima trazione settentrionale, visto il peso della Lega».

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