Come mai tutti questi giovani under 35 sono andati a votare e hanno votato no? Che poi è come chiedere ad uno di loro di scegliere tra una sberla chiusi in casa e un giro per strada urlando di gioia. Ma partiamo dall’inizio, e attraversiamo la settimana più lunga e complicata per il governo nero verde azzurro, iniziata alle 15.00 dello scorso e tremendo lunedì, nerissimo pure questo.
C’è stato un momento, tra una manganellata ben assestata e una piazza sgomberata “per sicurezza”, in cui i giovani di questo Paese hanno capito perfettamente il gioco e hanno scelto. E no, non si sono tirati indietro. Sono andati a votare. Non per sport, non per dovere da manuale di educazione civica anni ’90. Ma per dare un senso politico a quello che vivono ogni giorno da qualche anno: repressione delle proteste, criminalizzazione del dissenso, elmetti antisommossa al posto del dialogo. E dentro questo clima, anche le manifestazioni per Gaza – ridotte troppo spesso a caricature di terrorismo da chi non distingue una bandiera da un pregiudizio – sono diventate un simbolo. Non di estremismo, ma di una richiesta elementare: pace, diritti, umanità e lavoro.

Così il referendum, improvvisamente, è diventato altro. Una scelta tra due modelli: da una parte lo Stato che reprime e sospetta, dall’altra quello che rispetta la Costituzione e i giudici. E questa manica di potenziali terroristi in erba a cui sono dedicati urgenza e decreti, pensate un po’, ha scelto la seconda. Un gesto realmente eversivo, contro sovranisti un tanto al chilo e indagati in fila per dimettersi a causa della débâcle. Il NO ha vinto. E ha vinto male per chi pensava di trasformare questo voto in una prova di fedeltà al governo. Al popolo sovrano alcune cose non devi toccarle, soprattutto la certezza di poter contare ancora su qualcosa di concreto come il Diritto in tutte le sue forme e sfaccettature. E soprattutto non sono più disposti a farsi trattare come imbecilli da imboccare persino per andare alle Urne. Per consigli e indicazioni chiedere a Italo Bocchino.
Dall’altra parte, invece, c’era l’ennesimo tentativo di mettere mano alla Costituzione con la delicatezza di un elefante in cristalleria. Migliorare la giustizia cosa di cui ci sarebbe davvero bisogno? Ma che… riforma scritta e pensata solo come dimostrazione di forza da chi alla fine con la giustizia qualche problemino se lo ritrova. Predicare legalità con una disinvoltura che sfiora l’arte contemporanea, tra frequentazioni discutibili e una certa elasticità nei rapporti con le regole, è il contorno della cronaca dei mesi di questa inverosimile campagna elettorale. E poi c’è il governo. O meglio, quello che ne resta. Giorgia Meloni appare sempre più sola, circondata da una squadra che definire improvvisata è un eufemismo. Antonio Tajani invita a chiudere le finestre per paura dei droni, manco fosse Peppa Pig che corre a casa per ripararsi dalla pioggia. Salvini che ha bisogno della fidanzata per difendersi dagli insulti del popolo Padano che saluta il Senatùr, e l’elenco sarebbe ancora lungo. Ma il meglio del meglio lo dobbiamo alla super subrette, regina dell’Upper class e simbolo del village romano con lettino sotto il sole del Tuga, Daniela Santanchè: dimissioni. Immagino come sia andata, “Ignà, dille che se n’annasse mò, e da sola, prima che je mannamo mi sorella a pijalla…”. Ma sempre e solo dopo che il mondo dell’italica fratellanza di terra di cielo e di mare è messo in discussione da una sconfitta elettorale che fa vacillare tutto e tutti. Che tempismo.

Dimissioni non per scelta quindi, appare chiaro. Più per necessità, non loro ovviamente. Del Mastro che fa affari con la figlia di un prestanome dei Senese, Giusi Bartolozzi che pensa di stare nel farwest, e dulcis in fundo la Ministra del turismo con tre inchieste sul groppone e una permanenza al governo diventata indifendibile anche per chi, fino al giorno prima, faceva finta di nulla. Da notare che nelle sue dimissioni, neanche troppo tra le righe, qualche colpo lo ha tirato anche verso Palazzo Chigi. Un modo elegante per ricordare che, quando la nave affonda, qualcuno prova sempre a portarsi dietro il comandante. Nel frattempo, Carlo Nordio, fino alla scorsa settimana in perenne diretta Tv all’attacco del sistema giudiziario manco fosse un opinionista qualsiasi e non il ministro della Giustizia, avvita il bullone della sedia che mala tempora currunt, pure per lui.
Ultimo e brillante dettaglio dei tempi bui sotto il cielo dell’italica terra dei fratelli tricolore: Ignazio La Russa che in mezzo a cotanta e spumeggiante confusione si porta in Senato la “famiglia del bosco”. Mi chiedo, senza entrare nel merito della vicenda, la famiglia lo saprà che i figli gli sono stati tolti anche per il decreto Caivano tanto voluto, rivendicato e sostenuto da Ignazio Presidente dal nostalgico busto? Un tocco di teatro istituzionale mentre il governo è sull’orlo del collasso. La priorità, si sa, è sempre l’agenda. Anche quando sembra scritta da qualcun altro.

In mezzo a questo scenario surreale, il centrosinistra ha avuto un sussulto. Si è unito. O quantomeno ha smesso per qualche giorno con l’autolesionismo, di farsi la guerra da solo. Forse qualcosa di buono si è imparato? Vedremo. Per ora l’immagine è quella di una barca destination anywhere con a bordo Matteo Renzi, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, guidati da qualcuno del PD che se non dovesse essere Elly Schlein, sarà qualcuno pescato dal mazzo come simbolo di non si sa che e non si capisce per garantire cosa. Ad ogni modo l’esperimento di convivenza forzata al momento pare l’inevitabile e unica strada. E magari si riesce anche a dare una prospettiva per le prossime elezioni. Nel gruppo manca Carlo Calenda. Anche questa volta riuscito nell’impresa più difficile: stare dalla parte sbagliata e perdere. Con una costanza che meriterebbe uno studio su chi gli è rimasto come amico. Un consiglio, un abbraccio qualcosa insomma.
Il punto è che questo referendum, politicizzato fino all’osso da chi sperava di usarlo come plebiscito, ha prodotto l’effetto opposto. Ha dimostrato che quando gli italiani vengono chiamati a scegliere davvero, sanno e vogliono distinguere. E soprattutto sanno punire. I numeri e la partecipazione dicono una cosa semplice: la fiducia verso chi governa è ai minimi. L’impressione è quella di una coalizione che sembra più un incidente di percorso che un progetto politico. E allora il NO diventa qualcosa di più di un voto. Diventa un segnale politico, sociale, quasi culturale. Un “non ci stiamo” collettivo che parte dalle piazze e arriva fino alle urne. La domanda, ora, è un’altra: questa improvvisa unità del centrosinistra durerà fino alle prossime elezioni o si scioglierà al primo litigio su una candidatura? Perché il rischio è sempre lo stesso: aver trovato una via d’uscita e riuscire comunque a perdersi.
Nel frattempo, una certezza ce l’abbiamo: questo governo è riuscito finalmente a mostrarsi per quello che è realmente. In politica estera, nell’idea di sopprimere il dissenso e di contribuire ad un genocidio, nella mancanza di riforme necessarie e nella non considerazione del Parlamento. Ma non solo. Una palude da cui sarà necessario tirarsi fuori il prima possibile, prima di farci sprofondare come Paese. La vera paura non è aver toccato il fondo, è che qualcuno inizi pure a scavare.


