di Marica Di Pierri
Alla fine dei quindici giorni di lavori trascorsi a Belém, la sensazione nei corridoi del centro conferenze è stata quella dell’ennesima occasione persa. Nessuna traccia al phase-out dalle fossili, finanza climatica molto al di sotto delle reali necessità e un accordo pericolosamente debole sia sul fronte dell’ambizione climatica che dell’adattamento. Eppure un risultato da portare a casa c’è, che unisce sindacati e movimenti per la giustizia climatica: il “BAM”, Belem Action Mechanism.
Già nei giorni di negoziato la sigla campeggiava su striscioni, badge, cartelli nelle mani di delegati sindacali, attivisti, comunità indigene, osservatori. Il BAM nasce dalla proposta avanzata da Climate Action Network e da una coalizione trasversale di movimenti – oltre mille organizzazioni da più di cento Paesi, tra cui sindacati, organizzazioni ecologiste, indigene, femministe e giovanili – con l’obiettivo di costruire una transizione giusta “centrata sulle persone, non sui numeri”.
Cos’è il BAM
Nel linguaggio formale dell’UNFCCC, il BAM è il nuovo meccanismo di giusta transizione deciso a Belém: un’architettura istituzionale che dovrà coordinare iniziative oggi sparse, rafforzare la cooperazione internazionale, l’assistenza tecnica, il capacity building e lo scambio di conoscenze per garantire transizioni eque, inclusive e giuste.

Nella visione delle reti che lo hanno proposto, il compito del BAM è più politico che tecnico: trasformare i principi di giusta transizione – scritti a Parigi e sviluppati nel Just Transition Work Programme – in un quadro pratico che metta davvero al centro lavoratrici, lavoratori e comunità, orientando anche la finanza e le regole del commercio globale in quella direzione.
La decisione di COP30 non istituisce immediatamente il meccanismo, ma avvia un percorso: gli organi sussidiari dell’UNFCCC dovranno preparare entro metà 2026 una proposta operativa da adottare a COP31. È un compromesso – parola chiave di questa COP – ma segna comunque il passo più avanzato mai fatto in sede ONU sul riconoscimento dei diritti di lavoratori e comunità nelle politiche climatiche.
Nelle bozze e nei documenti di lavoro circolati prima e durante la COP, il BAM viene descritto come un meccanismo globale di giusta transizione con alcune funzioni essenziali: coordinare i diversi strumenti esistenti (dalle linee guida ILO ai Just Energy Transition Partnerships), creare una rete di punti focali nazionali, facilitare accesso a finanza non basata sul debito e tecnologia, monitorare i progressi e – punto politico chiave – garantire la partecipazione formale dei soggetti maggiormente colpiti: lavoratrici, lavoratori, popolazioni indigene, comunità locali, donne, giovani.
Il BAM nasce esplicitamente come risposta al dato che solo il 3% della finanza climatica oggi sostiene politiche di giusta transizione, che vuol dire protezione sociale, diversificazione economica, sostegno ai territori che affrontano la chiusura di miniere, centrali, impianti.
Lavoratrici, lavoratori e sindacati al centro
Per il movimento sindacale internazionale, la decisione di Belém è una vittoria di lungo periodo. La Confederazione sindacale internazionale (ITUC) parla apertamente di passo storico: per la prima volta lavoratori e sindacati avranno un ruolo formale nel definire le politiche di transizione giusta in sede ONU.
Dietro questo risultato c’è un anno di lavoro: assemblee sindacali in Brasile, una forte mobilitazione della CUT e delle reti del Sud globale, l’azione di Global South unions che a Belém hanno denunciato l’impossibilità di affidare la transizione al solo capitale privato e hanno chiesto con forza un percorso pubblico e democratico, con il BAM come strumento chiave.
La sostanza è semplice e radicale: una transizione che non preveda lavoro dignitoso, protezione sociale, diritti sindacali, riconversione dei territori e dei settori produttivi non è “giusta”, e quindi non è nemmeno politicamente praticabile. Il testo approvato riconosce esplicitamente il ruolo dei diritti del lavoro, della protezione sociale, dell’uguaglianza di genere e delle comunità vulnerabili come pilastri della transizione.

Questo esito non è separabile dal contesto politico della COP30. Il governo Lula ha voluto presentare Belém come la COP dei popoli, insistendo sulla partecipazione sociale e sulla centralità della transizione giusta e della lotta alla povertà, dentro una narrativa coerente con la storia del PT, il Partito dei Lavoratori e con l’idea di giustizia sociale come asse della politica climatica. Nel dibattito brasiliano, documenti e interventi legati all’area PT hanno inserito il BAM tra le richieste prioritarie. È una scommessa politica: inserire la transizione in una cornice che parli di lavoro, diritti, sovranità sui territori.
Il ruolo della CGIL nella coalizione per il BAM
Dentro questo fronte globale c’è anche la CGIL. Nei giorni precedenti alla COP, il sindacato italiano, parte attiva del movimento per la giustizia climatica e sociale, ha indicato la rivendicazione del Meccanismo d’azione di Belém come perno di una piattaforma che tiene insieme lavoratori, comunità, popoli indigeni, movimenti femministi e giovanili.
A Belèm, Simona Fabiani, Area Politiche di sviluppo, Ambiente e territorio della CGIL nazionale, che da anni segue i lavori delle COP spiegava che “per il sindacato il BAM è essenziale perché è un meccanismo che finalmente tiene insieme giustizia ambientale e sociale, tutela dei lavoratori e delle comunità. È un meccanismo necessario per garantire equità a livello globale e nei singoli paesi, ridurre le disuguaglianze, difendere i diritti del lavoro e puntare alla piena occupazione e al lavoro dignitoso. Dobbiamo ricordare che la giusta transizione è indispensabile per il successo dell’azione climatica, e il BAM mira a contenere misure concrete per realizzarla”.
Non a caso nella nota ufficiale sugli esiti della conferenza, la CGIL pur sottolineando tutti i limiti di una COP che non affronta davvero il nodo delle fossili e di una finanza ancora insufficiente, rivendica come un successo la decisione di sviluppare un meccanismo per la transizione giusta che risponde a una richiesta avanzata dal movimento sindacale e dal movimento per la giustizia climatica. Il BAM “È una prima vittoria per i lavoratori, i popoli indigeni, le comunità, i giovani, le donne. I prossimi passi sono quelli di conquistare una governance partecipata e democratica e un ruolo centrale per l’ILO al tavolo negoziale sul meccanismo. Il BAM però da solo non basta. […]Se non si parte dal superamento delle fonti fossili e dallo stop alla deforestazione non c’è nessuna Giusta transizione, si resta bloccati in questo sistema iniquo, che tutela gli interessi e il potere di pochi a scapito del benessere collettivo, del bene comune, della vita e del lavoro.”
Giusta transizione: l’unica via praticabile

Belém ci lascia con un paradosso: una COP troppo debole su fossili e finanza, ma che approva – seppur in forma ancora embrionale – uno strumento avanzato per mettere al centro della governance climatica lavoratrici, lavoratori e comunità. Per chi si occupa di lavoro, questo non è un dettaglio tecnico: è il terreno su cui si giocherà la possibilità di tenere insieme contrattazione e politiche industriali, ambizioni climatiche e futuro occupazionale.
Se il BAM resterà solo un acronimo o diventerà davvero un meccanismo capace di spostare risorse, potere decisionale e conoscenze verso chi oggi paga il prezzo più alto della crisi climatica dipenderà, in larga parte, dalla capacità dei soggetti coinvolti di renderlo effettivo, inclusa la capacità dei sindacati di usarlo come leva nelle vertenze nazionali e transnazionali.

Partendo dal presupposto che la giusta transizione è l’unica possibilità concreta di costruire consenso reale intorno alla trasformazione delle nostre economie. O sarà giusta, partecipata, sindacalizzata e conseguente alla messa in discussione del modello estrattivo e all’abbandono delle fonti fossili, oppure, semplicemente, non sarà.


