Università e complicità. Il silenzio della cultura davanti al genocidio in Palestina

La drammatica situazione in Palestina interpella direttamente l’università

Valeria Cigliana

Il mondo accademico si è rivelato impreparato di fronte alla più grande crisi politica e umanitaria del nostro tempo. Il genocidio del popolo palestinese ha svelato ben presto la fragilità di un sistema che si proclama autonomo, indipendente e promotore di spirito critico, ma che, di fatto, ha abbandonato da anni il proprio ruolo trasformativo della realtà, plasmandosi sulle logiche del profitto e prestandosi agli interessi dei privati per ovviare alla carenza strutturale di fondi. 

Ma ora anche le maschere sono cadute: la drammatica situazione in Palestina interpella direttamente l’università, costringendola a interrogarsi sul proprio ruolo nella costruzione di un mondo più giusto. Non è più sufficiente rivendicare la libertà della ricerca come principio astratto: occorre chiedersi a servizio di chi e per quali fini quella libertà viene esercitata. La conoscenza, se separata dall’etica, rischia di diventare parte di un sistema di dominio invece che di emancipazione sociale. E un’università pubblica, se vuole restare fedele alla propria missione, deve scegliere con chi collaborare, da chi ricevere fondi, e quali valori porre al centro del proprio agire. Non può continuare a costruire partnership con soggetti che traggono profitto dalla guerra, dall’occupazione o dalla violazione dei diritti umani, in nome di una presunta neutralità accademica.

Già due anni fa, quando i primi movimenti studenteschi a sostegno del popolo palestinese chiedevano il boicottaggio accademico e la fine delle collaborazioni con istituzioni israeliane, i vertici universitari hanno scelto il silenzio: quasi nessun rettore o senato accademico ha voluto aprire un dibattito pubblico sul tema, liquidandolo come “estraneo” alla missione scientifica degli atenei. Eppure, le tende piantate negli spazi universitari – le acampade – sono diventate il simbolo di una generazione che non accetta più la complicità silenziosa del sapere. Centinaia di studenti e studentesse, in Italia come in Europa, hanno chiesto che l’università smetta di essere spettatrice e si faccia carico delle proprie responsabilità. 

Oggi, a distanza di due anni, qualcosa si è mosso. Diversi atenei italiani hanno scelto di sospendere gli accordi con le università israeliane, riconoscendo apertamente la natura del crimine in corso. Altri hanno approvato documenti e mozioni che invitano a una riflessione etica sulle collaborazioni in ambito militare e tecnologico. Ma la Sapienza, il più grande ateneo d’Europa, resta immobile: non riesce a pronunciare la parola “genocidio”, limitandosi a definire quanto accade come “massacro” o “crisi umanitaria”. Mentre altri atenei adottano misure concrete, continua a intrattenere rapporti con istituzioni e aziende coinvolte nella filiera bellica, rifugiandosi dietro il principio della libertà della ricerca – che in questo contesto diventa un alibi per l’inazione, o peggio, per la complicità.

Eppure la comunità universitaria non è rimasta in silenzio. Le proteste hanno assunto forme diverse. Da un lato, esperienze di sensibilizzazione e di costruzione del dibattito hanno riportato la Palestina al centro dello spazio pubblico universitario, rompendo il tentativo di censura imposto dall’alto. L’iniziativa di fine aprile alla Sapienza con Francesca Albanese, organizzata insieme alla Fillea e partecipatissima da studenti, docenti e lavoratori, ne è stata una delle espressioni più alte: un momento collettivo di confronto, studio e presa di parola che ha mostrato quanto la cultura possa ancora essere uno strumento di resistenza e emancipazione.

Dall’altro lato, su un piano più direttamente mobilitativo, si sono moltiplicate occupazioni, cortei nella città universitaria, contestazioni pubbliche – come quella rivolta alla ministra Bernini e alla rettrice Polimeni durante le celebrazioni di settembre – a testimoniare che l’università non è un luogo neutro e che la comunità accademica sa da che parte stare. 

Tra le parole d’ordine delle proteste vi è il boicottaggio accademico. Dietro questa richiesta non c’è odio né censura, ma responsabilità collettiva. Le università israeliane hanno storicamente avuto un ruolo cruciale nel sostenere l’apparato militare e le politiche di occupazione del proprio Stato, fornendo tecnologie, ricerca e legittimazione culturale. Non hanno mai condannato la distruzione sistematica delle istituzioni educative palestinesi, né le restrizioni imposte a docenti e studenti nei Territori occupati. Continuare a collaborare con tali istituzioni significa, di fatto, accettare che la conoscenza possa essere messa al servizio dell’oppressione.

Il boicottaggio accademico, come chiarito dal PACBI (Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel), non è una misura punitiva ma un atto di coerenza etica. Si rivolge alle istituzioni, non agli individui; sospende i rapporti ufficiali finché non verranno ripristinate le condizioni minime di giustizia e libertà. È una forma di azione civile non violenta, che riafferma l’idea che la ricerca non può essere neutrale davanti all’ingiustizia, e che il sapere, quando tace, diventa complice.

Di fronte alla distruzione delle università di Gaza, al bombardamento di scuole e ospedali, al massacro di decine di migliaia di civili, parlare di “libertà accademica” suona come un insulto. La libertà accademica non è un privilegio isolato, ma una forma di emancipazione, indissolubilmente legata ai valori democratici e alla libertà dei popoli e degli individui. Non vogliamo studiare e fare ricerca scoprendo, in futuro, di aver contribuito al genocidio di un intero popolo.

L’università non può continuare a essere uno spazio autoreferenziale, chiuso nei propri palazzi e incapace di ascoltare la voce di chi la abita. Deve tornare a essere un laboratorio di coscienza collettiva, in cui la conoscenza non si piega all’interesse economico o geopolitico, ma si mette al servizio della verità, della giustizia e della pace.

Non basta esprimere solidarietà o promuovere iniziative umanitarie: serve una presa di posizione politica, chiara e coraggiosa. Sospendere gli accordi con le istituzioni coinvolte nel genocidio, rifiutare la collaborazione con l’industria bellica, rendere trasparenti i rapporti economici e di ricerca, e restituire all’università il suo ruolo di presidio morale della democrazia.

Non si tratta solo di Palestina, ma del senso stesso dell’università pubblica. Di quale futuro voglia contribuire a costruire: uno fondato sulla complicità e sull’indifferenza, o uno capace di mettere la conoscenza al servizio della libertà dei popoli e degli individui.

Oggi, chi studia e insegna è chiamato ad agire.
Serve farlo per il nostro futuro, significa scegliere in che mondo vogliamo vivere. 

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