In Italia le riforme della giustizia sono come le diete che iniziano il lunedì: tutti ne parlano con grande entusiasmo, promettono risultati miracolosi e poi, a conti fatti, non cambiano quasi nulla. Se non il girovita del potere politico. Il prossimo referendum sulla giustizia viene presentato con il consueto tono epocale: la svolta, la madre di tutte le riforme, il colpo decisivo ai mali della giustizia italiana. Mancano solo le trombe dell’Apocalisse e il coro dei cherubini. Poi però si guarda meglio il pacco — con calma, senza la musica di sottofondo — e si scopre che dentro non c’è la rivoluzione promessa ai cittadini. Piuttosto un elegante tentativo della politica di mettere un piede un po’ più deciso dentro uno dei tre poteri dello Stato: quello giudiziario. Ora, sgombriamo il campo da un equivoco. La divisione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri non è una bestemmia giuridica. È una questione seria, discussa da decenni tra giuristi, accademici e parlamentari. Si può essere favorevoli o contrari. Ma il punto non è quello.
Il punto è il metodo.

Perché una riforma costituzionale non è una circolare del ministero del Turismo né un bonus monopattino. Dovrebbe nascere in Parlamento, crescere in Parlamento, essere emendata, criticata, smontata e rimontata — sempre in Parlamento. Non arrivare preconfezionata dal governo come un mobile dell’Ikea costituzionale: questo è il pezzo, queste sono le viti, se volete montatelo così com’è. Peccato che il Parlamento, in teoria il luogo del confronto democratico, venga trattato più o meno come il pubblico di uno studio televisivo: applaudire al momento giusto e possibilmente non fare troppe domande.
Poi c’è il clima. Che è forse la parte più curiosa di tutta la faccenda. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a una sequenza di dichiarazioni governative sulla magistratura che oscillano tra il bar dello sport e il comizio da campagna elettorale permanente. Giudici accusati di tutto e del contrario di tutto, ricostruzioni di fatti di cronaca piegate come plastilina per dimostrare teorie già scritte, magistrati descritti come una specie di setta ostile alla volontà popolare. Il tutto con una certa disinvoltura nel rapporto con la realtà, che evidentemente è considerata un fastidioso dettaglio. Sia chiaro: criticare la magistratura è legittimo. Sacrosanto, persino. Ma una cosa è la critica, altra è la delegittimazione sistematica. E quando chi governa passa il tempo a raccontare che i giudici sono il problema, prima o poi qualcuno potrebbe chiedersi se la soluzione proposta non sia, casualmente, ridurre proprio l’autonomia dei giudici.Una coincidenza, naturalmente. Come la pioggia quando si dimentica l’ombrello.
Poi c’è il capitolo sorteggio per il Consiglio superiore della magistratura. Una trovata che, sulla carta, dovrebbe purificare il sistema. Sorteggiamo. Peschiamo. Estraiamo. Ora, il sorteggio non è necessariamente un’eresia: in alcuni contesti può persino funzionare. Ma qui parliamo del CSM, cioè dell’organo di autogoverno della magistratura. Autogoverno, appunto. Che però — secondo questa brillante intuizione — non dovrebbe poter scegliere da solo i propri rappresentanti. Perché farli eleggere quando si può affidarli al destino? Un bel bussolotto, due palline e via. Più che un’istituzione costituzionale sembra l’estrazione del Lotto. O la tombola di Natale in qualche circolo ricreativo.
Nel frattempo, fuori dal Palazzo, i cittadini aspettano cose molto meno spettacolari ma molto più utili: processi che non durino quindici anni, tempi certi, diritti garantiti. La tutela delle vittime, certo. Ma anche quella degli imputati che magari dopo una vita processuale scoprono di essere innocenti. E non in ultimo quella dei colpevoli, che dopo un processo che deve essere equo per tre gradi di giudizio, deve portare ad una conseguente detenzione che tuteli i diritti della persona. Perché la giustizia, in uno Stato di diritto, serve anche a questo: a difendere i diritti di tutti. Persino di chi non piace ai talk show.

Il rischio, invece, è che questa riforma sia solo l’antipasto. Perché il vero menù arriverà dopo, con le leggi di attuazione. Ed è lì che si vedrà quanto spazio la politica vorrà prendersi dentro gli equilibri del sistema giudiziario. Sarebbe quindi auspicabile — parola fuori moda ma ancora utile — un momento di riflessione. Un invito a più miti consigli. Non per difendere corporazioni o privilegi, ma per ricordare che la giustizia non è un campo di battaglia tra poteri. È uno dei pilastri della democrazia.
Poi, naturalmente, decideranno i cittadini.
E qui l’invito è semplice: votare. Perché l’unica cosa peggiore di una riforma discutibile è una democrazia disabitata. E una scheda lasciata nel comodino di casa a prendere polvere perché andare alle urne è considerato una perdita di tempo, non ha mai migliorato la situazione politica, la crescita e ovviamente la giustizia di nessun Paese.


